Abracadabra


 

Dalla lettura di:


 

Ruffato, C. 1996. La Medicina in Roma antica. Il Liber medicinalis di Quinto Sereno Sammonico. UTET

 

I testi antichi riservano curiosità talvolta molto divertenti.

La medicina romana, in particolare, faceva uso di un gran numero di formule magiche, amuleti e pozioni, di cui gli Autori antichi hanno fornito precise testimonianze.


 
 

Nel Liber medicinalis (LI, 935-940), ad esempio, troviamo “ABRACADABRA” per la cura della febbre semiterzana (febbre intermittente tipica della malaria):


 
 

Inscribes chartae quod dicitur abracadabra
saepius et subter repetes, sed detrahe summam
et magis atque magis desint elementa figuris
singula, quae semper rapies, et cetera † figes, †
donec in angustum redigatur littera conum:
his lino nexis collum redimire memento.”

Traduzione a cura di Cesare Ruffato (op. cit.): “Si scriva su un foglio il detto abracadabra, lo si ripeta assai sovente e muovendo in basso si detragga di volta in volta per ogni riga, senza omissioni, la lettera finale riscrivendo le restanti fino a risultare un’unica lettera terminale in figura verbale a cono acuto: memento di appendere il foglio al collo con un filo di lino.”


 


Nel testo citato (Ruffato 1996, pp. 7-8) troviamo anche un’utile discussione sul nome e l’identificazione dell’autore del Liber medicinalis:


  

“Mentre c’è concordanza sul nome dell’autore (Quintus Serenus) -(…)- e nel titolo dell’opera (Liber con o senza medicinalis), resta invece precario il cognome, Sammonicus, che compare soltanto in un codice molto tardo del secolo XV (Codex Neapolitanus: Sereni Sammonici libri duo). Corre anche l’ipotesi, non suffragata da alcun documento, che i due scrittori omonimi Serenus Sammonicus o Sammonicus Serenus, dei quali parlano Augusto, Macrobio e Servio, siano stati considerati dagli antichi editori come autori dell’opera, per cui al nome è stato accodato il cognome Sam(m)onicus3.
Uno dei due sarebbe il padre, valente scrittore, senza una riconosciuta attività di poeta, vissuto al tempo di Settimio Severo (193-211). Autore eruditissimo dei Rerum reconditarum libri, possedeva una folta biblioteca di 62000 volumi e fu ucciso per ordine di Caracalla nel 212, durante la cospirazione di Geta.
Il figlio, Quintus Serenus, verosimilmente attivo tra la seconda metà del II e la prima metà del III secolo d.C., visse alla corte dei Gordiani, amico dell’imperatore Gordiano I e precettore di Gordiano II il giovane (192-238), al quale donò la ricchissima biblioteca ereditata dal padre. Noto come poeta fu in stretti rapporti, come suo storico, con l’imperatore Alessandro Severo (222-235) che ne leggeva i testi e lo stimava tra i poeti contemporanei. Diversamente dal padre, nei cui Rerum reconditarum libri esistono soltanto accostamenti e prestiti da Plinio il Vecchio e da Nigidio Figulo, per il figlio noto poeta, l’attribuzione sembrerebbe un po’ più convincente, anche se alquanto opinabile, mancando di attestazioni in testi antichi.
Non è certo che Quinto Sereno abbia realmente professato la Medicina, ma fu sicuramente un osservatore attento del quotidiano e un uomo di cultura dal vissuto profondo come traspare dalla ricchezza nella sua opera di citazioni e risonanze di scrittori e poeti del periodo classico, soprattutto Lucrezio, Plauto, Orazio, Ovidio, Virgilio.
Non meno controversa è la datazione dell’opera per la carenza di elementi decisivi di ordine storico, linguistico, filologico, testuale. La collocazione approssimativa oscilla tra la fine del II secolo e la seconda metà del IV secolo, cioè durante l’era lunga dei Severi e l’epoca in cui Marcellus Empiricus vi ricorse per la stesura del suo De medicamentis4.”


 

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