Accademia della Crusca


“In Italia e nel mondo l’Accademia della Crusca è uno dei principali punti di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana.”


L’Accademia della Crusca ha sede presso la Villa Medicea di Castello, a Firenze (via di Castello 46). Si occupa di lessicografia (e.g. Vocabolario dantesco;Il Vocabolario del fiorentino contemporaneo; Le parole dell’arte da Leonardo a Vasari), monitoraggio di neologismi e forestierismi (Gruppo “Incipit”), promozione del multilinguismo (Piazza delle Lingue d’Europa; Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali (European Federation of National Institutions for Language – EFNIL) e, indubbiamente, della lingua  italiana nel mondo (VIVIT: VIVI ITALIANO;Settimana della lingua italiana nel mondo).


E’ particolarmente attiva sul web (L’Accademia su Facebook), dove risponde ai quesiti dei lettori e realizza prodotti per la didattica (Portale Crusca Scuola). Organizza numerosissimi eventi e offre consulenza linguistica al largo pubblico (Poni un quesito alla Crusca).


Sul sito è anche possibile segnalare parole nuove e verificare quali siano quelle più segnalate. Per fare un esempio, in quest’ultima sezione compaiono parole come obsistenza, webete, callifonia, puccioso ma anche il celeberrimo petaloso e il moderno whatsappare.


Frullone_AccademiaCrusca.jpg

Il “frullone”


(immagine tratta dalla pagina FB dell’Accademia della Crusca)


Perchè Accademia della Crusca?


I primordi dell’Accademia della Crusca risalgono al decennio 1570-1580 e alle riunioni di un gruppo di amici che si dettero il nome di “brigata dei crusconi”. Già con la scelta di questo nome manifestarono la volontà di differenziarsi dalle pedanterie dell’Accademia fiorentina, alle quali contrapponevano le cruscate, cioè discorsi giocosi e conversazioni di poca importanza. (…) Nel 1589, anno della morte del Salviati, furono istituite le attribuzioni dell’arciconsolo, dei consiglieri, dei censori, del castaldo, del massaio e del segretario e nel 1590 si scelse come simbolo dell’Accademia il frullone, lo strumento che si adoperava per separare il fior di farina dalla crusca, e come motto il verso del Petrarca “il più bel fior ne coglie”.(Dal sito ufficiale)


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Qualche curiosità sul make-up degli Egizi


Dalla lettura di:


Scott, D.A. 2016. A review of ancient Egyptian pigments and cosmetics, Studies in Conservation, 61(4):185-202.

Galena e malachite
Sn: Galena su pirite da Chihuahua, Meico [Foto di Di Rob Lavinsky, iRocks.com – CC-BY-SA-3.0, Wikimedia Commons, curid=10448612]. Dx: Malachite [Foto acquistata su Canva]

Nell’antico Egitto, i cosmetici più comuni erano la malachite (cioè un carbonato di rame di color verde) e la galena (un solfuro di piombo di color grigio scuro).

Entrambi i materiali sono stati rivenuti come grumi compatti o come polveri fini, sia nelle sepolture, sia sulle rocce che venivano usate per macinarli. Oltretutto, sulla base dei rinvenimenti archeologici, è stato possibile determinare il range cronologico entro il quale collocare l’utilizzo “cosmetico” di questi due minerali:

  • malachite – a partire dal 4400 a.C. (periodo Badariano) fino ad almeno il 1187 a.C.(diciannovesima Dinastia);
  • galena – a partire dal 3100 a.C. (tardo periodo predinastico) fino all’ottavo secolo d.C. (periodo Copto), oppure, secondo altri autori fino alla metà del terzo millennio a.C. (intorno alla metà dell’Antico Regno – 2686-2181 a.C.).

Oltre alla malachite e alla galena, vi sono testimonianze che anche la cerussite, l’idrocerussite, la tenorite, l’ematite, la magnetite, la pirolusite, la stibnite e la crisocolla (vd. sotto le composizioni) venissero impiegati per la cosmesi.


I minerali citati forniscono polveri di colori differenti:

  • Cerussite: carbonato di piombo (PbCO3) di colore bianco/grigiastro.  
  • Hydrocerussite: carbonato idrato di piombo  [Pb3(CO3)2(OH)2] di colore bianco/grigiastro.  
  • Tenorite: ossido di rame (CuO) di colore grigio scuro
  • Ematite: ossido di ferro (Fe2O3) di colore bruno rossastro
  • Magnetite: spinello (Fe3O4) di colore nerastro
  • Pyrolusite: ossido di manganese (MnO2) di colore nerastro
  • Stibnite: solfuro di antimonio (Sb2S3) di colore grigio piombo
  • Chrysocolla: fillosilicato contenente rame [Cu2H2[Si2O5](OH)] di colore verde chiaro

La varietà cromatica era relativamente ampia ma l’utilizzo costante di questi minerali poteva essere nocivo. Infatti, molti contengono elementi dannosi per la pelle e per la salute in generale. Per fare solo un’esempio, l’esposizione prolungata al piombo può provocare una grave intossicazione chiamata saturnismo. Senza contare che l’applicazione di materiali metallici a diretto contatto con la pelle non sia proprio da considerarsi un buon anti-age!


Un’altra notizia curiosa riguarda la tintura dei capelli. Infatti, è stato stabilito che, a partire dal periodo Greco-Romano (332 a.C. – 395 d.C.), una miscela di ossido di piombo e calce spenta venisse usata per colorare i capelli. Il rinvenimento di nanocristalli di galena tra i capelli ha fornito un’ulteriore testimonianza relativamente all’utilizzo dei compositi del piombo per ottenere un’intensa colorazione nera.

 

Per saperne di più …

  • Lucas, A. 1930. Perfumes and Incense in Ancient Egypt. Journal of Egyptian Archaeology, 16: 41–53.
  • Ashton, B.G., Harrell, J.A., Shaw, I. 2000. Stone. In: P.T. Nicholson, I. Shaw (Eds.). Ancient Egyptian Materials and Technology. Cambridge: Cambridge University Press, pp. 5–77.
  • Martinetto, P., Dooryhee, E., Anne, M., Talabot, J., Tsoucaris, G., Walter, Ph. 1999. Cosmetic Recipes and Make-up Manufacturing in Ancient Egypt, ESRF Newsletter, 32: 10–2.
  • Martinetto, P., Anne, M., Drakopoulos, M., Dubus, M., Salomon, J., Simionovici, A. & Walter, Ph. 2001. Synchrotron X-ray Micro-beam Studies of Ancient Egyptian Make-up, Nuclear Instruments and Methods in Physics Research Section B, 181: 744–8.
  • Walter, P., Welcomme, E., Hallegot, P., Zaluzec, N.J., Deeb, C., Castaing, J., Veyssiere, P., Breniaux, R., Leveque, J., Tsoucaris, G. 2006. Early Use of PbS Nanotechnology for an Ancient Hair Dyeing Formula, Nano Letters, 6: 2215–9 

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