Adone



Sul culto di Adone esistono numerose varianti. Legato alla morte, alle stagioni e, soprattutto, al rinnovamento della natura -come Osiride nella religione dell’antico Egitto- è simbolo di bellezza giovanile al maschile.



Nel testo del romanzo “In viaggio con Sara. California“, il riferimento è agli anemoni che scaturirono dal suo sangue per opera di Venere. La dea, infatti, si innamorò perdutamente del giovane Adone ma non riuscì a impedire che venisse ucciso da un cinghiale.



Riporto un passo dalle Metamorfosi  di Publio Ovidio Nasone (43 a.C.- 17 d.C.), in cui è narrato questo particolare (X, 717-739):



vecta levi curru medias Cytherea per auras/ Cypron olorinis nondum pervenerat alis: / agnovit longe gemitum morientis et albas / flexit aves illuc, utque aethere vidit ab alto / exanimem inque suo iactantem sanguine corpus, / desiluit pariterque sinum pariterque capillos / rupit et indignis percussit pectora palmis / questaque cum fatis “at non tamen omnia vestri / iuris erunt” dixit. “luctus monimenta manebunt / semper, Adoni, mei, repetitaque mortis imago / annua plangoris peraget simulamina nostri; / at cruor in florem mutabitur. an tibi quondam / femineos artus in olentes vertere mentas, / Persephone, licuit: nobis Cinyreius heros / invidiae mutatus erit?” sic fata cruorem / nectare odorato sparsit, qui tinctus ab illo / intumuit sic, ut fulvo perlucida caeno / surgere bulla solet, nec plena longior hora / facta mora est, cum flos de sanguine concolor ortus, / qualem, quae lento celant sub cortice granum, / punica ferre solent; brevis est tamen usus in illo; / namque male haerentem et nimia levitate caducum / excutiunt idem, qui praestant nomina, venti.

Traduzione a cura di P. Bernardini Marzolla (Einaudi, 1994): “Portata per il cielo, sul suo cocchio leggero, dalle ali dei cigni, Venere non era ancora giunta a Cipro: da lontano riconobbe il gemito del morente e inverti il volo dei bianchi uccelli. E come dall’alto vide il corpo esanime che si torceva nel suo stesso sangue, balzò giù e si stracciò la veste, si stracciò i capelli, si percosse il petto con le mani che mai avrebbero dovuto osare una cosa simile. E lamentandosi col destino disse: “Non però di ogni cosa il destino potrà disporre. Un ricordo del mio lutto, o Adone, rimarrà in eterno: ogni anno si ripeterà la scena della tua morte, a imitazione del mio cordoglio. E il sangue sarà mutato in un fiore. Se un giorno a te fu permesso, o Persèfone, di trasformare il corpo di una donna in una pianta di menta profumata, perché io dovrei essere rimproverata se trasformo il figlio di Cinira?” Detto questo, versò nettare odoroso sul sangue, e il sangue al contatto cominciò a fermentare, così come nel fango si formano, sotto la pioggia, bolle iridescenti. E un’ora intera non era passata: dal sangue spuntò un fiore dello stesso colore, un fiore come quello del melagrana i cui frutti celano tanti granelli sotto la duttile buccia. È un fiore, tuttavia, che du­ra poco. Fissato male, e fragile per troppa leggerezza, deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali.”



NB. Gli Anemoi (Ἄνεμοι) erano personificazioni dei venti nella mitologia greca.



Citare è corretto. Copiare non lo è.

Per aspera sic itur ad astra



Il celebre motto “Per aspera sic itur ad astra”  (traduzione: attraverso le difficoltà si arriva alle stelle) è solitamente attribuito a Seneca ma le fonti sono più numerose e varie. Soprattutto, il motto non compare nei testi antichi così come tramandato.



Nell’Hercules furens (437), Seneca scrive:

Non est ad astra mollis e terris via

Traduzione: “Non c’è una via facile che va dalla terra alle stelle”



Nell’Eneide (IX 641-642), Virgilio scrive:

macte nova virtute, puer, sic itur ad astra, / dis genite et geniture deos

Traduzione di Luca Canali: “Viva il tuo nuovo valore, fanciullo; così si giunge agli astri, o generato da dei e destinato a generare dei”



Ancora Virgilio scrive nell’Eneide (XII, 892-893) :

Opta ardua pennis / astra sequi clausumque caua te condere terra.

Traduzione: “Scegli di volare lassù verso le alte stelle o di nasconderti nel cuore della terra”



Modi di dire altrettanti celebri, con significato analogo, sono:

  • Per angusta ad augusta” (Traduzione: “Per via angusta, cioè attraverso le difficoltà, a cose auguste, cioè eccelse) che l’Enciclopedia Treccani riconduce a Ernesto di Brandeburgo.
  • o la massima ascetica “Per crucem ad lucem” (Traduzione: “Attraverso la croce si giunge alla luce”).


Citare è corretto. Copiare no!

Abracadabra


 

Dalla lettura di:


 

Ruffato, C. 1996. La Medicina in Roma antica. Il Liber medicinalis di Quinto Sereno Sammonico. UTET

 

I testi antichi riservano curiosità talvolta molto divertenti.

La medicina romana, in particolare, faceva uso di un gran numero di formule magiche, amuleti e pozioni, di cui gli Autori antichi hanno fornito precise testimonianze.


 
 

Nel Liber medicinalis (LI, 935-940), ad esempio, troviamo “ABRACADABRA” per la cura della febbre semiterzana (febbre intermittente tipica della malaria):


 
 

Inscribes chartae quod dicitur abracadabra
saepius et subter repetes, sed detrahe summam
et magis atque magis desint elementa figuris
singula, quae semper rapies, et cetera † figes, †
donec in angustum redigatur littera conum:
his lino nexis collum redimire memento.”

Traduzione a cura di Cesare Ruffato (op. cit.): “Si scriva su un foglio il detto abracadabra, lo si ripeta assai sovente e muovendo in basso si detragga di volta in volta per ogni riga, senza omissioni, la lettera finale riscrivendo le restanti fino a risultare un’unica lettera terminale in figura verbale a cono acuto: memento di appendere il foglio al collo con un filo di lino.”


 


Nel testo citato (Ruffato 1996, pp. 7-8) troviamo anche un’utile discussione sul nome e l’identificazione dell’autore del Liber medicinalis:


  

“Mentre c’è concordanza sul nome dell’autore (Quintus Serenus) -(…)- e nel titolo dell’opera (Liber con o senza medicinalis), resta invece precario il cognome, Sammonicus, che compare soltanto in un codice molto tardo del secolo XV (Codex Neapolitanus: Sereni Sammonici libri duo). Corre anche l’ipotesi, non suffragata da alcun documento, che i due scrittori omonimi Serenus Sammonicus o Sammonicus Serenus, dei quali parlano Augusto, Macrobio e Servio, siano stati considerati dagli antichi editori come autori dell’opera, per cui al nome è stato accodato il cognome Sam(m)onicus3.
Uno dei due sarebbe il padre, valente scrittore, senza una riconosciuta attività di poeta, vissuto al tempo di Settimio Severo (193-211). Autore eruditissimo dei Rerum reconditarum libri, possedeva una folta biblioteca di 62000 volumi e fu ucciso per ordine di Caracalla nel 212, durante la cospirazione di Geta.
Il figlio, Quintus Serenus, verosimilmente attivo tra la seconda metà del II e la prima metà del III secolo d.C., visse alla corte dei Gordiani, amico dell’imperatore Gordiano I e precettore di Gordiano II il giovane (192-238), al quale donò la ricchissima biblioteca ereditata dal padre. Noto come poeta fu in stretti rapporti, come suo storico, con l’imperatore Alessandro Severo (222-235) che ne leggeva i testi e lo stimava tra i poeti contemporanei. Diversamente dal padre, nei cui Rerum reconditarum libri esistono soltanto accostamenti e prestiti da Plinio il Vecchio e da Nigidio Figulo, per il figlio noto poeta, l’attribuzione sembrerebbe un po’ più convincente, anche se alquanto opinabile, mancando di attestazioni in testi antichi.
Non è certo che Quinto Sereno abbia realmente professato la Medicina, ma fu sicuramente un osservatore attento del quotidiano e un uomo di cultura dal vissuto profondo come traspare dalla ricchezza nella sua opera di citazioni e risonanze di scrittori e poeti del periodo classico, soprattutto Lucrezio, Plauto, Orazio, Ovidio, Virgilio.
Non meno controversa è la datazione dell’opera per la carenza di elementi decisivi di ordine storico, linguistico, filologico, testuale. La collocazione approssimativa oscilla tra la fine del II secolo e la seconda metà del IV secolo, cioè durante l’era lunga dei Severi e l’epoca in cui Marcellus Empiricus vi ricorse per la stesura del suo De medicamentis4.”


 

Testo originale. Non copiare! Citare è facile: “da Abracadabra, https:/…”. Grazie!
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